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Villaggio Olimpico – la città in 15 minuti | 2023 Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla natura del piano
La specificità del contesto naturalistico e la presenza di capolavori dell’architettura moderna, grandi oggetti che sembrano navigare in un paesaggio slabbrato e indefinito ma dal forte carattere specifico, dove ogni albero è già di per sè un monumento, è ciò che del passato della Città Eterna permane come fosse un sostrato quasi inconscio, un insopprimibile Genius Loci che pare resistere ad ogni intervento.

Il veneziano Piranesi ha scritto molto tempo fa le pagine di questo libro, e ci ha fornito un insperato frammento di “atmosfera”, alla luce del quale rivisitare il Villaggio Olimpico, immerso nella sua Pianta di Roma.

Il Tevere, la topografia, i frammenti architettonici, costituiscono un insieme di rapporti invariati nella natura del suolo romano. La logica spaziale “inventata” da Piranesi nei rapporti fra le parti, indica una lettura della città di cui il Tevere è il primo custode: rivelatore delle rovine ma anche grande artefice della sparizione o riapparizione dell‘architettura e del suolo insediativo originario. I frammenti sono allo stesso tempo topografie, architetture, isole o isolati, il paesaggio del Tevere è la tela da cui tutto emerge.

Il progetto si sviluppa da questa intuizione piranesiana, che focalizza quali siano gli spazi aperti disponibili a divenire un vero e proprio parco pubblico continuo, che ricomponga il paesaggio come un unicum analogo al fiume: se il principio del “fiume” esordisce nel progetto per risolvere le quote esondabili del Tevere, esso è parimenti valido anche per uno spazio di parco continuo e per il tema del drenaggio delle acque e della permeabilità dei terreni che è oggi un focus inelidubile nel progetto contemporaneo.

Il sistema preesistente ma oggi non strutturante, del cardo – decumano costituito dall’asse della 17ª Olimpiade e dal viadotto Nervi, divengono così l’ossatura del parco inteso come luogo collettivo “pieno” di attività utili a rivitalizzare la vita del quartiere, come luogo privilegiato dello sport degli abitanti nelle sue molte forme possibili.

La nuova topografia permette di configurare gli spazi verdi eventualmente allagabili e le parti comunque caratterizzate dall’acqua, creando “stanze” aperte ma dalla dimensione più raccolta, dove il diaframma del viadotto viene re-immerso nel paesaggio come un acquedotto. L’importanza di utilizzare lo spazio connettivo sottostante togliendolo dalla mera impronta planimetrica del viadotto, consente di ripristinare i rapporti di suolo alla scala dell’intero quartiere con un manufatto infrastrutturale eccezionale e non solo strutturalmente. A titolo del tutto esemplificativo, è da notare che con straordinaria sapienza e sensibilità, Nervi riuscì ad evitare, in un quartiere di abitazioni, il rumore della strada, attraverso una particolare sezione nel sistema di travi e separando i due sensi di marcia, e attraverso la medesima separazione riuscì ad avere luce naturale nello spazio sottostante.

L’ operazione è quindi di considerare il viadotto un filtro, aldisotto del quale far scivolare un parco di scala e dimensione conforme al viadotto stesso, in cui in senso traversale si susseguono diverse sezioni territoriali che connettono il quartiere con nuovi modi e funzioni. Questo, anziché cercare di “abitarlo” longitudinalmente come fosse un tetto o un manufatto qualsiasi, isolandolo dal resto, come accade oggi con le strade al suo intorno, ne permetterà la totale riqualificazione cosi come è accaduto per quei tratti di acquedotto liberati dalle superfetazioni abitative nella storia della capitale.

Del resto, unico esempio non compiuto ma sufficientemente eloquente, è il tratto dove viale de Coubertin si interseca con il viadotto, che per il solo fatto di essere attivato da un minuscolo chiosco bar fa funzionare il viadotto già come un elemento dell’insieme.

In senso longitudinale, dove la luce penetra grazie alla separazione degli impalcati delle due carreggiate, uno stretto ma lungo canale corre parallelo alla pista ciclabile principale: parte dall’inizio del viadotto e attraversa il Parco interamente da nord a sud, portando una metaforica acqua del Tevere a bagnare la piazza del Palazzetto. All’incrocio con l’asse della 17ª Olimpiade è proposto un piccolo lago/ piscina naturale con una parte di fitodepurazione reservoir per le piante ma anche diversi luoghi pavimentati con superfici drenanti che sono playground, luoghi di sosta, stanze all’ aperto che si possono “arredare” nel tempo.

Area: 53.000 mt2

Responsabile di progetto:
arch. Laura Peretti

Gruppo di lavoro:
arch. Emanuele Caporella
arch. Weiwei Mao
arch. Giorgio Dietmar Sokoll
arch. Silvia Sbalchiero

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